Polizia favorita?

Sarebbe potuto essere l’intervento definitivo, per chiudere con un passato spesso oscuro e per aprire finalmente le porte della “casa di cristallo”. E invece l’intervista al vice capo della Polizia, Alessandro Marangoni, realizzata e mandata in onda da Riccardo Iacona lunedì sera, di chiarificatore ha avuto ben poco.
E non perché Marangoni non sia realmente convinto della necessità di proseguire nel percorso di trasparenza già avviato dal suo ex capo Antonio Manganelli – che tante volte ha insistito sui “muri di cristallo”, quanto perché è sembrato voler svicolare proprio rispetto ai temi più scomodi posti da Iacona. Col rischio che il già dilagante sentimento anti-polizia diventi un fiume in piena.
Per tutta la puntata abbiamo assistito a testimonianze, stralci di processi, lettura di atti giudiziari nei quali la polizia ha solo tentato di coprirsi, a tutti i livelli, dai colleghi dei vari imputati fino ai vertici delle Questure chiamate in causa. Ma a Marangoni, evidentemente, questo non basta per parlare di “copertura”. “Lei ha indicato casi particolari – ha risposto il vice capo della Polizia al conduttore di Presa Diretta – e io non voglio prendere casi particolari, sui quali la magistratura è già intervenuta. La responsabilità penale è personale”. Certo, lo dice la Costituzione. Ma proprio per questo, nel caso di un poliziotto che sbaglia, l’istituzione ha il dovere di pretendere chiarezza, di fare essa stessa luce al suo interno e di adottare provvedimenti. Quando la magistratura apre una seconda inchiesta per depistaggio, vuole dire che l’istituzione ha fallito.
Alessandro Marangoni ha annunciato che, per volere del prefetto Pansa, capo della Polizia, è stata istituita una commissione che ha il compito di studiare le buone pratiche e dar vita a un regolamento operativo, in particolare sull’uso dei mezzi di coazione. Questo, ha sottolineato, a garanzia degli stessi poliziotti e dei cittadini. Ma cosa vuol dire, che bisogna capire fino a che punto si può usare il manganello? Anche. Un paio di mesi fa, dopo un giro di consultazioni sindacali, Pansa ha effettivamente messo in piedi presso il ministero dell’Interno una commissione composta dai funzionari delle direzioni centrali. Il loro compito è quello di analizzare le innumerevoli casistiche e le infinite denunce ed elaborare una bozza di protocolli operativi che dovranno poi diventare legge. Un iter molto lungo che dovrebbe servire a svecchiare le procedure di ammanettamento, traduzioni, interventi della Polstrada, uso dello spray al peperoncino – che si sperimenterà a breve a Milano – e, appunto, del manganello. Gli attuali riferimenti sono quelli del codice penale “Rocco” del 1930 e del codice di procedura penale, del 1989. Un po’ datati rispetto ai tempi e alla società attuali. Sarebbe sicuramente un passo in avanti anche rispetto alla scuola dell’ordine pubblico istituita da Manganelli a Nettuno, ma a due mesi dalla nascita della commissione è troppo presto per dire se funzionerà e in quale direzione.
Iacona ha chiesto al vice capo della Polizia se gli agenti stressati possono ricorrere a un supporto psicologico e Marangoni ha risposto che, oltre a esserci il servizio interno, esistono anche le convenzioni esterne. Fonti del Dipartimento di Pubblica sicurezza fanno sapere che il numero degli psicologi della polizia presenti su tutto il territorio nazionale non supera le 50 unità. Numero che comprende quelli della “scuola tecnica”, ovvero il personale che contribuisce a selezionare i nuovi poliziotti. E che, se un agente si rivolge a un professionista, rischia di vedersi tolti in rapida successione pistola e tesserino. “È un supporto che va sicuramente potenziato e diffuso in tutte le articolazioni territoriali – precisa il segretario generale del Siap, Giuseppe Tiani, perché il servizio va reso fruibile a tutti”. Un poliziotto delle Volanti, che guadagna 1.200 euro al mese, magari ha problemi a casa e deve pure affrontare notti di risse e ubriachi, prima di sfogarsi con questi ultimi è meglio che lo faccia con un professionista.
Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, lo aveva già annunciato: nessun numero di riconoscimento sui caschi in ordine pubblico, pena l’incolumità dei poliziotti. E certo Marangoni non poteva dirsi a favore. In molti Paesi europei si usa, senza che questo comporti rischi per gli operatori della sicurezza, ma in un periodo di incertezza politica e sociale come quello che l’Italia sta attraversando nessuno vuole prendersi questa responsabilità. Anche perché già così sono in tanti, tra gli agenti, a chiedersi per quanto ancora valga la pena prendersi sputi e sampietrini in piazza. Le scene di Torino insegnano. Con fatica, incalzato dalle domande del giornalista, il prefetto Marangoni ha dovuto ammettere che c’è differenza tra l’omicidio colposo dovuto a un investimento stradale e l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Il regolamento disciplinare, invece, non fa distinzioni e soprattutto non prevede la destituzione del poliziotto che si è macchiato di un simile crimine. Tanto che gli agenti condannati per la morte di Aldrovandi, scontata la pena, sono tornati in servizio. Da parte di Marangoni c’è stata una timida apertura, “possono essere valutate le differenze”. Speriamo che la volontà si trasformi presto in efficienza. “Vogliamo che la nostra sia una casa di cristallo”, affinché si possa recuperare il rapporto tra le forze dell’ordine e la società civile, di cui siamo parte integrante, ha concluso il vice capo. Si potrebbe cominciare dal recuperare il rapporto con la stampa, visto che la gestione post- Manganelli nega persino di comunicare le statistiche sui furti. Ne sappiamo qualcosa.

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