U.S.A:”In Italia Polizia Violenta”

Gli inventori di Guantanamo e delle prigioni segrete in Iraq e Afghanistan, nonché autori di innumerevoli assassinii tra i civili con l’utilizzo dei droni in Pakistan, Yemen e Somalia, hanno pensato bene di stilare un dossier sui diritti umani, prendendo in esame quasi tutti i Paesi del Mondo. Il report è stato redatto dal governo statunitense e presentato due giorni fa dal Segretario di Stato Jonh Kerry, che in una lunga lettera ha precisato che è interesse degli Usa “promuovere i diritti universali di tutte le persone. I Paesi che rispettano i diritti umani sono i più pacifici e prosperosi”, mentre quelli che minacciano la pace regionale e mondiale “dall’Iran alla Corea del Nord vedono i loro cittadini intrappolati nelle privazioni economiche”. Potremo disquisire per ore sulla responsabilità diretta degli Stati Uniti nella violazione dei diritti umani, delle guerre e delle ingerenze degli Usa negli affari esteri, ma ci concentreremo sulle considerazioni del governo Usa su due dei paesi presi in esame dal dossier: Italia e Cina.

Per quanto riguarda il nostro, secondo il governo americano i “principali problemi risiedono nelle condizioni dei detenuti, con le carceri sovraffollate, la creazione dei Cie per i migranti, i pregiudizi e l’esclusione sociale di alcune comunità”. Senza dimenticare “l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, un sistema giudiziario inefficiente, violenza e molestie sulle donne, lo sfruttamento sessuale dei minori, le aggressioni agli omosessuali, bisessuali e trans e la discriminazione sui luoghi di lavoro sulla base dell’orientamento sessuale”. Al sud, denunciati anche i casi di sfruttamento di lavoratori irregolari. Il prende in esame il caso di Federico Aldrovandi e quello di Marcello Valentino Gomez Cortes, entrambi uccisi a seguito di normali controlli di polizia. Ma si critica anche l’assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico e le violenze che subiscono autori di piccoli reati da parte di  alcuni agenti.  Sotto accusa anche i rimpatri forzati degli immigrati irregolari, oppure la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione: “Il 24 maggio decine di detenuti in un centro di Roma sono stati coinvolti in una rivolta contro quattro guardie, che hanno utilizzato gas lacrimogeni per impedirne la fuga. L’episodio ha seguito le proteste della settimana precedente nei Cie di Modena e Bologna. Un rapporto del Comitato dei Diritti Umani del Senato ha denunciato la promiscuità tra adulti e minori, il sovraffollamento, i lunghi periodi di detenzione e l’inadeguato accesso di avvocati e mediatori culturali”. Sotto accusa anche le frequenti discriminazioni ai danni dei cittadini romanì: “Le violenze nei confronti di rom, sinti e camminanti rimangono un problema. Durante il 2012 le popolazioni rom sono state sottoposte a discriminazioni da parte di autorità comunali, soprattutto attraverso sgomberi forzati non autorizzati”. Naturalmente il report governativo non tralascia le violenze sulle donne, il femminicidio, l’antisemitismo e il lavoro nero.

Ma a essere stata duramente criticata dal governo statunitense è stata soprattutto la Cina. La sezione dedicata al colosso asiatico è un lungo campionario di accuse, a partire da quelle al Partito Comunista, che detiene tutte le posizioni sia nel governo che negli apparati di sicurezza. Denunciati innumerevoli episodi di repressione e coercizione nei confronti di individui politicamente “sensibili”, con lo scopo – si legge – “di mettere a tacere e intimidire gli attivisti politici, facendo ricorso a sparizioni forzate, detenzioni morbide, arresti domiciliari”. L’obiettivo, ovviamente, è quello di impedire ai cittadini di esprimere opinioni indipendenti. Ma la lista di violazioni è lunga. Citando il rapporto si va dalle uccisioni extragiuziali alle esecuzioni senza processo, fino alle detenzioni segrete, all’utilizzo della tortura per estorcere confessioni”, passando per le più lievi restrizioni delle libertà personali. Tutte tecniche, giova ricordarlo, ampiamente utilizzate anche dagli Stati Uniti negli ultimi anni, come dimostrato da dossier di organizzazioni per i diritti umani o da inchieste giornalistiche indipendenti.

Ma la Cina non è stata a guardare. Tempo 48 ore, è stato preparato un “controdossier”, stavolta dedicato proprio alle violazioni degli Stati Uniti e redatto dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato cinese. Sotto accusa il silenzio Usa nei confronti dei propri crimini. Il report afferma che i diritti civili e politici dei cittadini statunitensi sono stati limitati dal governo, soprattutto attraverso la massiccia sorveglianza. “Il congresso degli Stati Uniti ha approvato un disegno di legge che autorizza il governo a condurre intercettazioni senza mandato, violando gravemente le libertà dei cittadini comuni”. Sarebbero 1,7 miliardi le e-mail, telefonate ed altre comunicazioni intercettate e memorizzate, ogni giorno. Sotto accusa anche le violazioni della polizia e le violenze, in aumento, che vedono vittime le donne. Naturalmente il dossier cinese riporta meticolosamente le azioni militari che hanno prodotto vittime civili, specialmente in Afghanistan, mentre non si sorvola sui crimini causati dalle armi da fuoco. “I cittadini americani sono i più armati del mondo: secondo un rapporto della Cnn del luglio scorso, sarebbero 270 milioni le armi in mano dei civili in Usa. Più di 30mila decessi nel 2010 sono stati causati da armi da fuoco nel 2010. Il governo, però, ha fatto ben poco per riparare a questa piaga”. Ma il dossier è assai completo e comprende anche l’incremento dei poveri, gli abusi nella popolazione carceraria e le discriminazioni razziali.

Polizia favorita?

Sarebbe potuto essere l’intervento definitivo, per chiudere con un passato spesso oscuro e per aprire finalmente le porte della “casa di cristallo”. E invece l’intervista al vice capo della Polizia, Alessandro Marangoni, realizzata e mandata in onda da Riccardo Iacona lunedì sera, di chiarificatore ha avuto ben poco.
E non perché Marangoni non sia realmente convinto della necessità di proseguire nel percorso di trasparenza già avviato dal suo ex capo Antonio Manganelli – che tante volte ha insistito sui “muri di cristallo”, quanto perché è sembrato voler svicolare proprio rispetto ai temi più scomodi posti da Iacona. Col rischio che il già dilagante sentimento anti-polizia diventi un fiume in piena.
Per tutta la puntata abbiamo assistito a testimonianze, stralci di processi, lettura di atti giudiziari nei quali la polizia ha solo tentato di coprirsi, a tutti i livelli, dai colleghi dei vari imputati fino ai vertici delle Questure chiamate in causa. Ma a Marangoni, evidentemente, questo non basta per parlare di “copertura”. “Lei ha indicato casi particolari – ha risposto il vice capo della Polizia al conduttore di Presa Diretta – e io non voglio prendere casi particolari, sui quali la magistratura è già intervenuta. La responsabilità penale è personale”. Certo, lo dice la Costituzione. Ma proprio per questo, nel caso di un poliziotto che sbaglia, l’istituzione ha il dovere di pretendere chiarezza, di fare essa stessa luce al suo interno e di adottare provvedimenti. Quando la magistratura apre una seconda inchiesta per depistaggio, vuole dire che l’istituzione ha fallito.
Alessandro Marangoni ha annunciato che, per volere del prefetto Pansa, capo della Polizia, è stata istituita una commissione che ha il compito di studiare le buone pratiche e dar vita a un regolamento operativo, in particolare sull’uso dei mezzi di coazione. Questo, ha sottolineato, a garanzia degli stessi poliziotti e dei cittadini. Ma cosa vuol dire, che bisogna capire fino a che punto si può usare il manganello? Anche. Un paio di mesi fa, dopo un giro di consultazioni sindacali, Pansa ha effettivamente messo in piedi presso il ministero dell’Interno una commissione composta dai funzionari delle direzioni centrali. Il loro compito è quello di analizzare le innumerevoli casistiche e le infinite denunce ed elaborare una bozza di protocolli operativi che dovranno poi diventare legge. Un iter molto lungo che dovrebbe servire a svecchiare le procedure di ammanettamento, traduzioni, interventi della Polstrada, uso dello spray al peperoncino – che si sperimenterà a breve a Milano – e, appunto, del manganello. Gli attuali riferimenti sono quelli del codice penale “Rocco” del 1930 e del codice di procedura penale, del 1989. Un po’ datati rispetto ai tempi e alla società attuali. Sarebbe sicuramente un passo in avanti anche rispetto alla scuola dell’ordine pubblico istituita da Manganelli a Nettuno, ma a due mesi dalla nascita della commissione è troppo presto per dire se funzionerà e in quale direzione.
Iacona ha chiesto al vice capo della Polizia se gli agenti stressati possono ricorrere a un supporto psicologico e Marangoni ha risposto che, oltre a esserci il servizio interno, esistono anche le convenzioni esterne. Fonti del Dipartimento di Pubblica sicurezza fanno sapere che il numero degli psicologi della polizia presenti su tutto il territorio nazionale non supera le 50 unità. Numero che comprende quelli della “scuola tecnica”, ovvero il personale che contribuisce a selezionare i nuovi poliziotti. E che, se un agente si rivolge a un professionista, rischia di vedersi tolti in rapida successione pistola e tesserino. “È un supporto che va sicuramente potenziato e diffuso in tutte le articolazioni territoriali – precisa il segretario generale del Siap, Giuseppe Tiani, perché il servizio va reso fruibile a tutti”. Un poliziotto delle Volanti, che guadagna 1.200 euro al mese, magari ha problemi a casa e deve pure affrontare notti di risse e ubriachi, prima di sfogarsi con questi ultimi è meglio che lo faccia con un professionista.
Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, lo aveva già annunciato: nessun numero di riconoscimento sui caschi in ordine pubblico, pena l’incolumità dei poliziotti. E certo Marangoni non poteva dirsi a favore. In molti Paesi europei si usa, senza che questo comporti rischi per gli operatori della sicurezza, ma in un periodo di incertezza politica e sociale come quello che l’Italia sta attraversando nessuno vuole prendersi questa responsabilità. Anche perché già così sono in tanti, tra gli agenti, a chiedersi per quanto ancora valga la pena prendersi sputi e sampietrini in piazza. Le scene di Torino insegnano. Con fatica, incalzato dalle domande del giornalista, il prefetto Marangoni ha dovuto ammettere che c’è differenza tra l’omicidio colposo dovuto a un investimento stradale e l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Il regolamento disciplinare, invece, non fa distinzioni e soprattutto non prevede la destituzione del poliziotto che si è macchiato di un simile crimine. Tanto che gli agenti condannati per la morte di Aldrovandi, scontata la pena, sono tornati in servizio. Da parte di Marangoni c’è stata una timida apertura, “possono essere valutate le differenze”. Speriamo che la volontà si trasformi presto in efficienza. “Vogliamo che la nostra sia una casa di cristallo”, affinché si possa recuperare il rapporto tra le forze dell’ordine e la società civile, di cui siamo parte integrante, ha concluso il vice capo. Si potrebbe cominciare dal recuperare il rapporto con la stampa, visto che la gestione post- Manganelli nega persino di comunicare le statistiche sui furti. Ne sappiamo qualcosa.

Il silenzio della questura….

 
Lunedì sera “Presa diretta” su Rai Tre ha mostrato i video dei pestaggi e le storie delle vittime di settori deviati delle forze dell’ordine. Un quadro impressionante di abusi coperti dall’omertà che imporrebbe un intervento del governo e delle altre istituzioni. Invece nessuno dice niente.
La verità più indicibile diventa semplice se si raccontano i fatti, uno dopo l’altro. Lunedì sera Presa diretta ha messo in fila gli episodi accertati dalla cronaca negli ultimi anni: tutte le volte che un poliziotto, un carabiniere, un agente penitenziario hanno negato il diritto alla dignità di un cittadino; tutte le volte che, invece di applicare la legge, gli uomini di Stato hanno schiaffeggiato, bastonato, preso a calci e pugni una persona affidata alla loro responsabilità.
Chi legge il Fatto Quotidiano conosce molte di quelle storie, perché ha seguito nel tempo la fatica delle famiglie, la rabbia di chi ha disperatamente lottato per veder riconosciuta la violenza inferta ai propri cari. Riccardo Iacona e Giulia Bosetti, autori della puntata, hanno mostrato le foto dei morti insanguinati, i video delle aggressioni registrati fortunosamente da qualche testimone, gli sguardi persi di chi ha vissuto un abuso. E gli italiani hanno capito. Hanno lanciato allarmi via Facebook e Twitter: guardate che cosa sta andando in onda, accendete su Rai3, è un dovere civile. Bisogna per forza guardare la mamma di Federico Aldrovandi, la sorella di Stefano Cucchi, gli amici di Giuseppe Uva, la faccia di chi ha temuto di non poter mai arrivare alla verità sul proprio dolore.
Sono stati loro lo strumento più efficace per far prendere a tutti coscienza piena di un fenomeno su cui nessuno può tacere. Soprattutto quando i dettagli spiegano la banalità del trattamento riservato a esseri umani strapazzati come bambole. “A Federico gli sono saltati addosso, sulla schiena, gli hanno fermato il cuore, si sono rotti due manganelli su quattro” ha detto la mamma di Aldrovandi. “In Italia non esiste la pena di morte, non la possono fare loro. Io madre te l’ho dato sano, me l’hai dato morto” piange ancora Rita Cucchi. Ma il valore più riconoscibile per i “Morti di Stato” è la sequenza meccanica delle storie meno famose, di chi è arrivato con la sua pena scandalosa fino ai giornali locali, ai dubbi di un cronista blandito dalle rassicurazioni ufficiali: nessun abuso, il problema è stato il soggetto violento, ubriaco, fanatico, malato di mente.
A volte basta essere fratelli e mettersi a litigare un po’ più forte del normale per essere portati in Questura e rimediare una scarica di legnate (Tommaso e Niccolò De Michiel). Basta rispondere storto a un poliziotto durante un controllo per finire ammanettato e stramazzare al suolo senza che un solo testimone voglia spiegare come e perché (Michele Ferrulli). Oppure, vai allo stadio, finisci in un pestaggio alla stazione e resti disabile per tutta la vita (Paolo Scaroni). “Dedichiamo Presa diretta a uomini delle Forze dell’ordine che ogni giorno cercano di essere all’altezza della divisa e della Costituzione” ha twittato Iacona a fine serata. “Una trasmissione vergognosa che infanga la professionalità: invitiamo tutti i colleghi a non pagare il canone” ha risposto il sindacato Consap. Nessuna reazione ufficiale è arrivata dal governo, dalle forze politiche, da carabinieri e polizia. Il silenzio, ancora.

L’Emilia siamo Noi

L’accusa che viene spesso mossa al Parma è che abbia una piazza fredda, una tifoseria non all’altezza, troppi pochi sostenitori ed un pubblico troppo borghese.
Evidentemente chi dice ciò non era presente domenica alla trasferta di Reggio Emilia, dove il Parma ha battuto il Sassuolo per 1 a 0 .
Stando a fianco, ommeglio in mezzo ai sostenitori crociati (perché è impossibile non farsi coinvolgere dal loro entusiasmo), ci è stato possibile farci un’idea di quanta passione mettano i supporter per sostenere la propria squadra e di quanto questa gente, la nostra gente, sia determinante per il buon esito dei match. La giornata dei Boys, degli ultrà, ma anche dei tanti tifosi gialloblu che hanno risposto all’appello reggiano inizia presto: alle 10 del mattino in stazione.
Alle 10:20 già più di 500 persone sono radunate davanti alla biglietteria. Partono subito i cori e l’entusiasmo è talmente alle stelle che chiunque può far partire la festa attaccando un motivo da stadio.
I carabinieri intanto si godono lo spettacolo, sembrano loro gli spettatori, ed è giusto che sia così perché i crociati non creano problemi: ridono, scherzano, sbandierano e cantano, ma soprattutto aspettano.
Il treno designato per raggiungere Reggio è quello delle 11:36, ed è ovviamente in ritardo.
Quando la motrice si avvicina, le bandiere sono sempre di più, più visibili ed in movimento, tanto che il macchinista saluta con i fischi del mezzo il grande assembramento gialloblù in attesa sui binari.
Le quattro carrozze anteriori riservate ai supporter ducali vengono presto riempite; l’aria è satura d’entusiasmo e della nebbia causata da qualche fumogeno, ma va bene così: sono posti fuori dal finestrino e sono gialloblù!
Mentre ci si avvicina a Reggio in molti si chiedono se riceveranno un’accoglienza ‘particolare’ da parte dei granata. Giunti in stazione ci si accorge però che gli unici ad attendere i crociati sono i poliziotti e le forze dell’ordine.
“Venite fuori!” Grida qualcuno, ma niente, si sospetta che reggiani si siano estinti. Poco male…
Il viaggio in pullman verso lo stadio non è tra i migliori: le vetture sono state caricate all’inverosimile e per qualche strano motivo invece di procederà direttamente  verso la destinazione i carabinieri decidono di scortare il convoglio in una lunga ed interminabile manovra avvolgente prima di arrivare alla meta.
E nel mentre, cosa fanno i crociati? Cantano! Sbandierano fuori dei finestrini e cercano con lo sguardo qualche sciarpa granata, va bene anche neroverde, ma niente. “Sembra la Polonia!” – gridano scherzosamente dal fondo al mezzo – ed è vero: una desolazione assoluta. Sarà sicuramente a causa del meteo…
Giunti al vecchio stadio Giglio c’è il tempo per un panino ed una birretta prima di entrare al Mapei stadium, prima di diventare i padroni del Mapei stadium.
È infatti questa la cosa più bella della giornata gialloblù: il dominio sul campo e sugli spalti dei crociati. I parmigiani giunti a Reggio saranno più di 2000, forse 3000 e senza contare i sostenitori gialloblù presenti in tribuna. Quelli del Sassuolo invece, beh, forse è meglio sorvolare per non infierire. Passano nemmeno 40” dall’inizio del match e Parolo segna sotto la curva ed esulta con questa, come aveva sognato. Per alcuni istanti sembra di essere a Bergamo e di assistere alla tipica corsa giù dai gradini della tifoseria della dea in occasione della rete della loro squadra. Non poteva esserci modo migliore per iniziare la partita ed i crociati lo sanno, ed iniziano a cantare. Riprendono, in verità.
Dalle 15 alle 16:50, ora in cui termina la gara, nonostante il freddo, i crociati sostengono ininterrottamente  la propria squadra cantando a squarciagola. Cantano, cantano e cantano.
La fine dell’incontro è un giubilio: Amauri, Lucarelli, Parolo, Paletta, Mirante, Cassani e compagni vengono a festeggiare sotto la curva che gli ricambia con cori personali e di squadra. L’attaccante brasiliano e l’autore del gol vittoria rimangono a petto nudo pur di lanciare la maglia ai propri sostenitori, non sentono i 5° di Reggio, e questo solo grazie al calore dei propri tifosi. E poi dicono che Parma abbia una piazza fredda!
Sì torna sul pullman, si riprende il treno, si torna a casa; vincenti, vittoriosi, esultanti.
A sera si tirano le somme della gioranta: il ritorno dei crociati a Reggio Emilia è stato un successo, e lo sarebbe stato con qualsiasi risultato con un tifo così. Da qui alla fine del campionato mancano ancora 13 partite e 7 trasferte; da oggi al 18 maggio, il pubblico del Tardini avrà la possibilità di zittire tutti coloro che lo accusano di essere troppo esiguo e non all’altezza rispetto ad altre piazze. Domenica a Reggio l’hanno fatto, e alla grande, e sono sicuro che lo faranno anche nelle prossime settimane. Su questo ci si può scommettere.
Grande Parma, grandi crociati.
(Tratto dal mattino di parma)

POLIZIA ANONIMA….ANONIMA LEGGE…

Sarebbero bastati tre numeri e tre lettere sulla divisa e sul casco dei poliziotti in tenuta anti-sommossa. Sarebbe bastato un semplice codice alfanumerico e Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Quotidiano Nazionale, avrebbe potuto denunciare chi a manganellate gli spaccò entrambe le braccia, la notte del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz durante il G8.
Invece non ha mai saputo chi stava dietro la furia incontrollata dei manganelli.
Dopo 12 anni in Italia nulla è cambiato e i poliziotti del reparto mobile non sono ancora identificabili. Per questo in caso di abusi, la magistratura non ha la possibilità di individuarne i responsabili. 
L’ALLARME DI AMNESTY. In tutto questo tempo ci sono state numerose petizioni e raccolte firme. Lo scorso febbraio durante l’ultima campagna elettorale, 117 candidati poi divenuti parlamentari hanno sottoscritto la campagna Ricordati che devi rispondere proposta da Amnesty International: il primo punto riguardava proprio la trasparenza delle forze di polizia. Tuttavia non si è mai arrivati neanche a una proposta di legge in parlamento.
«Nel nostro Paese c’è una bassa consapevolezza su quali siano i limiti all’uso della forza dei pubblici funzionari. Viviamo nelle tenebre», ha attaccato Guadagnucci. 
IL VIMINALE NON CI SENTE. L’articolo 30 del nuovo ordinamento di pubblica sicurezza del 1981 recita: «Il ministro dell’Interno con proprio decreto determina le caratteristiche delle divise degli appartenenti alla polizia di Stato nonché i criteri generali concernenti l’obbligo e le modalità d’uso».
Se in fondo a questa legge si aggiungesse la formula «compresi i codici alfanumerici» la questione sarebbe risolta.
In oltre 30 anni nessun ministro dell’Interno ha mai preso in considerazione questa modifica.
UN CASO UNICO IN EUROPA. Non è andata così invece nei principali paesi europei: i codici alfanumerici sulle divise delle forze dell’ordine sono infatti attualmente in uso in Inghilterra, Germania, Svezia, Spagna, Grecia, Turchia e Slovacchia. In Francia non esistono ancora ma qualche mese fa, Manuel Valls, attuale ministro dell’Interno, ne ha annunciato l’introduzione a breve.
Inoltre, nel dicembre 2012 una risoluzione del parlamento Europeo ha chiesto esplicitamente ai paesi che non hanno ancora adottato i codici di avviare una riforma.
Ciononostante, la politica italiana non ha mostrato particolare interesse sull’argomento: dei tre principali partiti solo il M5s si è detto completamente favorevole all’introduzione dei codici. Mentre Pd e Pdl non hanno trovato il tempo per esprimere la loro opinione. 

Il SAP è contrario all’introduzione dei codici

A causa di questo disinteresse è calato il silenzio sul tema. Ma ogni volta che la cronaca riaccende il dibattito l’opinione pubblica si divide tra chi è a favore della polizia e chi è a favore dei manifestanti. Posizioni intermedie non sembrano esistere.
Secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, l’arroccamento su queste posizioni è frutto di un malinteso: «In Italia introdurre norme riguardanti i diritti umani delle forze di polizia equivarrebbe a stigmatizzarne il comportamento. In realtà l’introduzione dei codici servirebbe a individuare solo i comportamenti penalmente rilevanti».
In qualche modo quindi sarebbe uno strumento per tutelare il corpo di polizia nel suo insieme dalle azioni illegali dei singoli. Non la pensa così Nicola Tanzi, segretario generale Sap (Sindacato autonomo di polizia): «Il manifestante violento tramite il codice sulla divisa può risalire all’identità del poliziotto mettendo in pericolo l’incolumità sua e dei suoi familiari».
È bene precisare, tuttavia, che per abbinare a un codice l’identità di un agente bisognerebbe avere un infiltrato all’interno della polizia che fornisse queste informazioni.
«OMERTÀ NELLA POLIZIA». Secondo molte realtà della società civile, l’uso (e l’abuso) della forza da parte della polizia non va affrontato solo da un punto di vista legislativo ma anche culturale.
Guadagnucci è convinto che uno dei problemi principali sia la poca trasparenza: «All’interno della polizia si risente ancora di cultura militare e corporativa e non si è sviluppato un forte senso democratico», un’atmosfera da «non vedo, non sento, non parlo».
I vertici del Sap, però, non ci stanno, dicendosi convinti che «non ci sia nel modo più assoluto un problema di trasparenza».
LA PROPOSTA DI MICALIZIO. Il primo in Italia a proporre i codici identificativi per le forze dell’ordine fu Giuseppe Micalizio, braccio destro dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro. Era il 22 luglio 2001 e Micalizio era stato inviato a Genova per fare una relazione dettagliata sull’irruzione alla scuola Diaz, ma i suoi consigli rimasero rimasti inascoltati da tutti, politica compresa.
All’orizzonte non si intravede nessun cambiamento e, secondo Amnesty International, per questo si è interrotto il rapporto di fiducia tra cittadinanza e forze dell’ordine, fondamentale in uno stato democratico.  Ma per Noury c’è qualcosa di ancora più grave: «Tutto ciò che ha consentito che la “macelleria messicana” della Diaz accadesse c’è ancora. Quindi potrebbe succedere ancora». A Genova o in qualsiasi altra città italiana.